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Mercoledì, 15 Novembre 2017 15:52

LA FERROVIA SOTTERRANEA, Colson Whitehead, Sur edizioni

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Ero molto curiosa di leggere il romanzo dello scrittore afroamericano che ha vinto sia il National Book Award sia il Premio Pulitzer (unica opera che negli ultimi vent’anni abbia ricevuto entrambi i prestigiosi riconoscimenti). Pubblicato negli Stati Uniti nel 2016, aspettavo l’edizione italiana con particolare interesse, dopo aver letto le ottime critiche che il libro aveva ricevuto in patria oltre ai premi.

Il romanzo è ambientato nella prima metà dell’ottocento in Georgia, in una delle tante piantagioni di cotone del Sud degli Stati Uniti, dove venivano deportati migliaia di neri d’Africa. E’ la storia di Cora, un’intrepida, giovane schiava che, dopo aver subito ogni tipo di violenze ed angherie, riesce a fuggire dalla piantagione grazie ad una misteriosa ferrovia sotterranea che la trasporta al nord, in cerca di salvezza. La ferrovia è una metafora della vera rete clandestina che aiutava i fuggiaschi, trasportandoli e nascondendoli ai terribili cacciatori di schiavi che setacciavano il paese per incassare le ricche taglie che i proprietari mettevano sulle loro teste. Mille sono i pericoli che la ragazza correrà durante il lungo viaggio, irto di rischi e difficoltà. Tanto è l’orrore che dovrà subire e che l’autore descrive con poche, efficaci parole, lasciando al lettore il compito di interpretarne l’immensa portata.

Pur essendo un romanzo scorrevole e abbastanza avvincente, non mi ha però convinta del tutto: forse proprio perché troppo decantato, mi aspettavo qualcosa di più. All’inizio, ho fatto fatica ad appassionarmi alla storia, e credo sia perché lo stile scarno dell’autore, se da un lato protegge il lettore dalla descrizione degli orrori commessi dagli schiavisti, dall’altro lo allontana dai protagonisti. Verso la seconda parte del romanzo, i personaggi cominciano ad essere meglio delineati e il lettore viene maggiormente coinvolto.

La ferrovia sotterranea del titolo è presente solo marginalmente nell’intreccio, riducendosi alla fin fine, solo ad un mezzo di trasporto immaginario utilizzato da Cora per scappare da una città all’altra. Questo tocco di realismo magico (come qualche critico l’ha definita) è a mio avviso superfluo. La drammaticità del racconto sarebbe stata altrettanto potente anche se Cora fosse scappata, come realmente accadeva, a piedi o grazie a passaggi fortuiti di brave persone.

I premi vinti sono decisamente meritati per l’argomento trattato: nonostante la tragedia della schiavitù dei neri sia già molto presente in letteratura, è giusto riparlarne, dato il momento storico che stiamo vivendo, fa sempre bene ricordare di quanta crudeltà l’uomo è capace. (Impressionante il reportage della Cnn diffuso in questi giorni che mostra un’asta di uomini a Tripoli).

Da leggere quindi? Sì, e aspetto i vostri commenti!

 

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Letto 416 volte Ultima modifica il Lunedì, 11 Febbraio 2019 11:13

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