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Mercoledì, 08 Giugno 2016 15:48

MI CHIAMO LUCY BARTON, Elizabeth Strout, Einaudi

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Ancora una volta, il nuovo, atteso romanzo di E. Strout parla della famiglia e del rapporto unico ed indissolubile tra una madre e una figlia. Ed ancora una volta, l’autrice, raccontando la storia di Lucy e di sua mamma, sembra stia parlando di noi.

Lucy è ricoverata da diverse settimane in seguito ad un’infezione sopraggiunta a complicare una banale operazione chirurgica. Si sente molto sola, il marito è troppo impegnato con il lavoro e con le due figlie piccole e non ha tempo per visitarla in ospedale. Lucy passa ore ad osservare il maestoso grattacielo Chrysler di New York che intravede dalla finestra. Ad allietare la sua degenza, arriva a sorpresa dall’Illinois, la madre di Lucy, che si tratterrà cinque giorni (e cinque notti) al capezzale della figlia. Le due donne non hanno mai avuto un rapporto facile e non si vedono da molti anni, da quando Lucy se ne è andata di casa. Che ottima occasione per ricostruire il loro legame, sembrano pensare entrambe, anche se per farlo, devono superare l’inevitabile imbarazzo. La conversazione, a volte, fa fatica a scorrere, intervallata da silenzi spesso lunghissimi. Il loro passato è pieno di momenti dolorosi che ritornano alla mente perché mai risolti, nonostante il grande amore che provano l’una per l’altra. Saranno le chiacchiere, i pettegolezzi riguardanti le comuni conoscenze a dare loro la possibilità di riprendere il discorso e, finalmente, ritrovare, seppur in parte, l’intimità che mancava. E Lucy, costretta a letto, ripensa alla sua vita e ce la racconta, saltando da un episodio ad un altro, da un periodo ad un altro, e a quanta strada ha fatto da quando abitava ad Amgash in Illinois, in una misera casa/garage con i genitori, un fratello e una sorella, in stato di semi povertà. Si ricongiunge così col proprio passato e con la famiglia d’origine.

Ancora una volta, E. Strout ci regala un bellissimo romanzo, che parla di sentimenti senza cadere nel sentimentale. La sua penna acuta è qui ancora più arguta e perspicace. Il messaggio chiaro è che non si può prescindere dalla famiglia, qualunque strada si decida di percorrere, credere di essere riusciti ad affrancarsi dalle proprie origini è spesso solo un’illusione.

Pur individuandone i grandi pregi, non posso non accennare, però, al piccolo disappunto che mi ha suscitato la lettura del romanzo. Questo saltabeccare qua e là nel tempo, questo chiacchierare di persone normali, per nulla speciali, questo accennare soltanto, senza mai affrontarli veramente, ai fatti dolorosi della vita della famiglia Barton, mi hanno un po’ contrariato. I capitoli sono brevi, a volte brevissimi, proprio come spesso sono i pensieri in libertà, ma la narrazione ne risulta poco coinvolgente.

Lucy diventa una scrittrice e la sua insegnante durante una lezione dà alla classe un consiglio utile:

“Ciascuno di voi ha soltanto una storia. Scriverete la vostra unica storia in molti modi diversi. Non state mai a preoccuparvi, per la storia. Tanto ne avete una sola.”

Ma il modo che sceglie Elizabeth Strout per raccontarci la storia di Lucy non mi ha convinto.

 

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Letto 617 volte Ultima modifica il Lunedì, 11 Febbraio 2019 15:10

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