Mercoledì, 16 Maggio 2018 16:23

RIPLEY BOGLE, Robert Mcliam Wilson, Fazi Editore

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Mi piace leggere le opere prime di autori di cui ho amato i romanzi di successo. Immagino che scrivere un buon libro sia il risultato di un lungo processo di formazione e di duro lavoro, di crescita personale e letteraria, di perfezionamento dello stile e della forma. E’ interessante quindi seguire l’evoluzione di uno scrittore attraverso le sue opere nel corso degli anni.

Di Robert Mcliam Wilson, irlandese, vita spericolata non ben documentata (a partire dal suo cognome, parzialmente uno pseudonimo) avevo letto i due romanzi già pubblicati in Italia da Fazi: Eureka Street (2015) e Il dolore di Manfred (2004), entrambi molto belli. Ringrazio quindi la casa editrice per aver deciso di pubblicare anche il primo libro di Wilson, scritto quando l’autore aveva appena 23 anni e che vinse diversi premi (Rooney Prize, 1989; The Irish book Award, 1990; Betty Trask Prize, 1990). La comparsa sulla scena letteraria di questo talentuoso autore scatenò i critici di allora che lo paragonarono a Martin Amis, a J.D. Salinger e addirittura a James Joyce e al suo “Ritratto dell’artista da giovane” sia perché entrambi gli scrittori sono irlandesi, sia perché i due romanzi possono essere considerati semi autobiografici, sia perché Ripley Bogle assomiglia a Dedalus per la sua sfrontata arroganza, sia per il linguaggio che per entrambi gli autori è audace e sorprendente.

Incontriamo Ripley ventunenne che vaga per le strade di Londra. Da tempo ha abbandonato il benessere, preferendo vivere senza fissa dimora, libero da vincoli, schemi, imposizioni. Certo, è una vita durissima, la mancanza di cibo (e di sigarette), di igiene e soprattutto il freddo, la pioggia, la notte, sono difficili da sopportare, ma nei quattro giorni nei quali seguiamo il protagonista che ci racconta di sé e della sua vita precedente alla strada, mai riscontriamo un rimpianto, un rammarico per aver scelto di abbandonare tutto e tutti, come se la decisione di vivere da homeless fosse per lui inevitabile. Nato in un ghetto di Belfast, cresciuto ad alcol e risse, vivacchia da semi delinquente fino a che, grazie ad una certa fortuna e alla sua brillante intelligenza, non gli viene concessa la chance di studiare al Trinity College di Cambridge. Ma non si fa imbrigliare, la sua sete di libertà, la sfrontatezza e il senso di ribellione che lo pervade lo portano ancora sulla strada. Ripley parla a chi legge, racconta col cuore in mano degli amici che ha e soprattutto delle due donne che ha amato disperatamente. Viene spontaneo credergli e giustificare il suo comportamento un po’ al limite perché, benché un po’ sfacciato e insolente, tutto sommato è un bravo ragazzo. Nel finale confessa di non essere stato del tutto sincero, ma ormai ci è entrato nel cuore e lo perdoniamo volentieri.

Un’ultima ma non meno significativa considerazione va fatta sullo stile. Wilson scrive benissimo ed è evidente nella sua opera migliore, Eureka Street. Qui si ha la netta sensazione di una forma ancora immatura, dove l’autore sembra voglia sperimentare linguaggi e stili diversi, apparendo molto ironico, crudo, a volte volgare. Il risultato è una prosa non sempre scorrevole, anzi a volte difficile da seguire e che spesso allontana il lettore dal testo. Wilson è abile però nel catturare di nuovo la totale attenzione di chi legge nel paragrafo dopo, scrivendo pagine intense e bellissime che ripagano della fatica fatta in certe descrizioni un po’ estreme.

Un libro non facile dunque, ma che racconta di un personaggio straordinario, indimenticabile, un amico di cui si sente la mancanza una volta girata l’ultima pagina. E se non avete letto ancora nulla di Robert Mcliam Wilson cominciate da qui per fare la sua conoscenza, apprezzerete ancora di più i romanzi della maturità.

 

Letto 230 volte Ultima modifica il Mercoledì, 16 Maggio 2018 16:32

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